79° anniversario dell’eccidio di Montemaggio

Ci troviamo oggi sul Montemaggio come tutti gli anni da 79 anni, in un clima solenne ma che è quasi di festa, e non di lutto, perché fare memoria e riunirci nel nome dei partigiani non è un atto formale né solo un atto politico: è un fatto di umanità che ci rende più forti e più liberi.
Il 28 marzo 1944 19 giovani vennero uccisi dai fascisti, qui alla Porcareccia. L’11 marzo 10 partigiani erano stati fucilati a Scalvaia. Il 13 marzo altri quattro erano stati fucilati alla caserma Lamarmora di Siena, condannati a morte perché avevano disertato l’esercito della Repubblica sociale per unirsi ai partigiani. Tutti loro sono morti per mano fascista, cioè italiana, non in quanto italiani ma in quanto oppositori di quel regime violento e sanguinario.
E però non da oggi, ma fino dagli anni immediatamente successivi ai fatti che oggi celebriamo, un nucleo di quel pensiero reazionario ha lavorato per sovvertire e confondere questa verità, ed è qualcosa con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti.
Oggi si fa strada, nella politica e nella società, un annullamento pericoloso del concetto di fascismo come apparato di violenza.
C’è, oggi, chi pensa possibile intitolare una strada a quel Giorgio Almirante firmatario del bando che comminava la pena di morte mediante fucilazione alla schiena agli sbandati e agli appartenenti a bande partigiane.
C’è chi, dal suo ruolo di alto funzionario di nomina governativa, scrive una lettera al consiglio di amministrazione spacciando per suo il discorso in cui Mussolini rivendicava la responsabilità politica del delitto Matteotti. A chi voleva parlare questo signore, cui peraltro il governo aveva affidato il controllo di banche dati sensibili come quelle di Inps, Inail e Istat? E ancora, è di questi giorni la proposta di eliminare il reato di tortura per non ‘demotivare’ il lavoro delle forze dell’ordine. Come se le forze dell’ordine della nostra Repubblica avessero bisogno di ricorrere alla tortura per svolgere i loro compiti.
Di fronte a queste e a molte altre aggressioni alle norme di civiltà e di convivenza democratica, tocca a noi vigilare. A noi dell’Anpi, agli amministratori, a chi ha giurato sulla Costituzione, a chi pretende che la Costituzione sia applicata in ogni sua parte, compresa la dodicesima disposizione, che nega ogni possibilità al partito fascista di tornare non solo a governare, ma semplicemente ad esistere in Italia.
Abbiamo chiesto la chiusura delle sedi delle organizzazioni fasciste, anche all’indomani dell’assalto alla Camera del lavoro a Roma; ci battiamo ogni giorno contro il reato di apologia, contro l’esibizione delle cupe simbologie fasciste, contro le sempre più frequenti aggressioni. Chiediamo risposte alla politica tutta, consapevoli che vigilare tocca a noi, che ogni anno qui rinnoviamo un patto che ci lega come comunità democratica.

Silvia Folchi

Presidente ANPI provinciale


	

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