Il discorso di Silvia Folchi per la Festa della Liberazione 2022

Per ben due anni la pandemia ci ha tolto la possibilità di celebrare la festa più bella tra quelle del nostro calendario civile, e questo avrebbe dovuto essere l’anno della rinascita. Purtroppo questo 25 aprile porta inevitabilmente su di sé l’ombra angosciosa della guerra, causata dall’aggressione della Russia a un paese sovrano.

La memoria della Liberazione si associa oggi all’impegno per la pace, e alla necessità di tornare alla politica come unica possibilità di risoluzione dei conflitti.

È questo il messaggio più attuale che ci hanno consegnato coloro che per vent’anni si opposero al fascismo, soffrendo il carcere e la clandestinità, e generando i presupposti per la lotta di liberazione; di quanti coltivarono il sogno di un’Europa democratica e unita pur nelle differenze; di quanti, mentre ancora si combatteva, iniziavano a gettare le basi della partecipazione politica per raggiungere dignità, giustizia sociale, uguaglianza, che sono il fondamento della nostra Costituzione.

Il loro messaggio, che individua proprio la necessità dell’azione politica per la composizione dei conflitti, può apparire astratto, o pavido, di fronte alla realtà delle città distrutte, alle vittime e alle brutalità della guerra. Ma il vero coraggio, forse, consiste per noi proprio nell’assumere questo mandato in tutta la sua possibile concretezza.

Così come avere chiare le cause che contribuiscono a determinare il precipitare degli eventi ci dà la possibilità non solo di prendere delle posizioni nel dibattito interno al nostro Paese, ma di proporre interventi concreti, che non possono non coinvolgere e chiamare alla loro responsabilità – morale prima ancora che politica – i governi nazionali e l’Europa. Invece in questo momento l’Unione europea abdica al suo ruolo, e le nazioni che la compongono corrono ciascuna al proprio riarmo.

Vorrei ricordare che la centralità del tema della pace non è emersa soltanto adesso, ma è il naturale sviluppo del movimento resistenziale, che negli anni Sessanta ritrova tra l’altro la connessione con il mondo cattolico e con la disobbedienza di don Milani e di Aldo Capitini, in contrasto con la corsa al riarmo e praticando scelte di campo riconducibili all’intesa con le forze morali più avanzate del Paese.

Il dibattito di queste settimane ha spesso soffocato la complessità delle questioni, costringendoci in un’arena in cui l’unica possibilità sembra quella di schierarsi sull’uno o sull’altro fronte. E ha delegittimato, falsificato, seppellito con una campagna diffamatoria e violenta le voci – tante e autorevoli – che hanno osato levarsi fuori dal coro.

Ma forse le vere domande sono altre, e contrastano con la semplificazione secondo cui alla guerra si deve rispondere con la guerra; per cui l’unica risposta possibile è quella di fornire armi; per cui non ci si chiede se questa risposta non produrrà un esito ancor meno governabile. C’è da chiedersi, anche, se è stato fatto tutto quello che era necessario per prevenire un’invasione che per essere preparata ha bisogno di tempo, e se durante quel tempo siano state o meno cercate delle soluzioni.

E ancora: il punto di vista dei governi e della propaganda non sta mettendo in ombra ciò che pensano le persone comuni? I giovani, ad esempio, cosa pensano della guerra? Cosa pensano della posizione che sulla guerra in corso hanno gli Stati Uniti e l’Europa? Che cosa pensano del modo in cui si sta componendo un ordine mondiale multipolare che determinerà o riuscirà ad evitare la catastrofe climatica? Perché stiamo soffocando le voci dei giovani e le loro legittime richieste di ascolto?

Le vere domande comportano la necessità di riflettere sul valore di una strategia che faccia fronte ai conflitti senza includere il confronto militare, anzi che lo prevenga, tenendo presenti i possibili scenari di guerra generalizzata. Dobbiamo avere chiaro, di fronte alle aggressioni imperialiste, quali siano le reazioni praticabili e alternative alla proliferazione degli armamenti. Questo richiede l’onesta valutazione dei processi geopolitici che sono alla base degli eventi catastrofici e che trascinano in un vortice di odio i paesi, i popoli e il pensiero.

Oggi è la festa della Liberazione. Il 25 aprile 1945 il partigiano Sandro Pertini, parlando da Radio Milano Libera, chiamò all’insurrezione popolare. Le fabbriche vennero occupate e presidiate, le tipografie dei giornali furono usate per stampare i fogli che annunciavano la vittoria. Era l’ultimo atto di un’oppressione che durava da oltre vent’anni, alla cui soluzione aveva partecipato tanta parte della popolazione, di contadini e di operai.

Come avrebbe detto lo stesso Pertini nel discorso di insediamento da presidente della Repubblica: “uguaglianza di fatto e giustizia sociale sono l’unica difesa efficace di quella libertà conquistata a così caro prezzo”. E la difesa della pace, per cui la sua generazione si era sacrificata affinché le generazioni a venire non dovessero combattere più.

Questo è il senso del messaggio di cui ci ostiniamo a farci portatori: rimettere al centro il pieno sviluppo della persona umana, la dignità del lavoro, la partecipazione alla vita democratica, a un’identità culturale aperta e inclusiva.

Nessun partigiano avrebbe combattuto solo per la liberazione dal fascismo e dal nazismo, nessuno avrebbe rischiato la vita per tornare al punto di partenza.

Carlo Smuraglia, partigiano e presidente emerito dell’Anpi, ha spiegato che “non sarebbe esatto dire che chi ha combattuto per la libertà combatteva solo per questo: nei partigiani era chiaro che l’obiettivo era duplice e riguardava, insieme, libertà e democrazia. Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino, quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo”.

La pluralità delle anime politiche della Resistenza non impedì di trovare la necessaria convergenza sul primo obiettivo, che era quello di sconfiggere il fascismo. Sulle rispettive visioni su cui conformare la vita del Paese si sarebbe discusso dopo.

I valori a cui oggi ci ispiriamo sono ancora quelli di una democrazia fondata sul lavoro, sulla rappresentanza, sulla partecipazione, sul rispetto della persona, sull’accoglienza, sull’uguaglianza, sull’affermazione della legalità, sul rifiuto della violenza. Non dobbiamo dimenticare che la negazione di tutto questo si chiama fascismo.

E bene ha fatto la Regione Toscana a modificare lo statuto per inserire con chiarezza che “promuove, difende e pratica la memoria della Resistenza e l’antifascismo come principio ispiratore fondante, in opposizione a ogni sistema politico e di principi dittatoriale o autoritario, che riproponga metodi propri del fascismo”.

A chi oggi minimizza o nega l’esistenza del fascismo pur nelle sue forme attuali, come se si trattasse dell’ossessione di pochi, chiedo come altro chiamerebbe l’assalto alla sede nazionale della Cgil dell’ottobre scorso; chiedo cosa pensa della violazione di un luogo di lavoro nel cuore del nostro Ateneo, avvenuta solo pochi giorni fa; e chiedo infine ai partiti democratici perché ancora non è stata approvata una legge che neghi agibilità politica a formazioni che apertamente si ispirano al fascismo e al nazismo e ai loro falsi valori, che chiuda le loro sedi, che metta fine alla tacita, connivente accettazione sociale, che ne impedisca la permeabilità nelle istituzioni della repubblica.

Questo è il patto, unitario e fondativo, ancora oggi necessario e da cui discende tutto il resto.

Buon 25 aprile, buona festa della democrazia.

Siena, 25 aprile 2022

Silvia Folchi, Presidente Comitato provinciale Anpi Siena

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