Fino a quando?

Mercoledì scorso. Mercato settimanale a Siena. Una bancarella tra le tante che offrono mascherine di varia foggia, ne offre una con il fascio littorio e la corona regia: un inequivoco riferimento al fascismo.

C’era da attenderlo: ne avevamo viste già, di mascherine antivirus, infettate dal virus del neofascismo: nere, con simboli nazionali ostentati da figure di primo piano del nostro panorama politico chiaramente nazionaliste e use a frequentare simboli e marchi commerciali della galassia neofascista.

Capita solitamente, nei mercatini dell’antiquariato, di incontrarsi con effigi, busti, medaglie, berretti, elmetti, in bella vista ad attirare curiosità e alimentare, in qualcuno, illecite nostalgie, protette dal loro essere “memorabilia”, oggetti del passato e della storia.

Ma che qualcuno possa pensare a riparare gli altri dal proprio involontario contributo al contagio del coronavirus, ostentando illegalmente il simbolo del fascismo, è davvero un paradosso: combattere un virus diffondendone uno diverso ma anche diversamente pericoloso e letale. In quanti hanno visto quale merce veniva proposta da quella bancarella? Nessuna autorità pubblica è passata a raccogliere identità e tariffa, facendo notare al venditore quale veleno diffondeva?

Il fascismo è rimasto nelle vene del nostro paese come una infezione: prende forza delle crisi, dalle difficoltà, cambiando pelle e riproponendosi come una possibilità agli occhi di chi non sa, non vuo sapere, non vuol vedere.

Fino a poco tempo fa la testimonianza viva di chi aveva fatto la Resistenza e di chi ci aveva regalato la Costituzione democratica, riusciva a tener testa al revisionismo; la militanza politica di molti colori diversi era unificata dal no al fascismo; poi piano piano le difese si sono sgretolate e di pari passo con la strumentale apertura di credito – finalizzata al puro lucro elettorale- una strana tolleranza ha cominciato a circolare nelle sedi che debbono difendere l’ordine democratico. Il saluto fascista che per alcuni giudici è un segno di memoria, e non apologia del fascismo; sfilate e raduni in occasione di anniversari infausti; celebrazioni indebite di criminali di guerra; crimini veri e propri hanno disseminato di vittime innocenti le nostre piazze e sono stati letti come episodi, irrelati.

Come siamo giunti fino a questo punto? Con il sonno di gran parte delle forze politiche che hanno cominciato a temere di dichiararsi per principio antifasciste; con la compiacenza di organi statali che si sono riparati dietro interpretazioni letterali delle norme, tradendo insieme i loro significati e la propria funzione; con la sottovalutazione del rischio che ha percorso gli organi dell’informazione generalista, sia privata che pubblica. Quante volte abbiamo aspettato inutilmente che il lettore di un telegiornale associasse la parola fascista ad un crimine che era stato appena commesso e quante volte si è data una patente di democrazia ai portatori del veleno della violenza, della xenofobia, dell’integralismo religioso, della visione deformata della vita e dei valori che restano integralmente fascisti anche quando hanno cambiato nome o presumono di proporsi come forze “nuove” o “del terzo millennio”?

Fino a quando lasciare che le immonde celebrazioni di Predappio siano compiute in dispregio delle leggi che questo stato democratico si è dato? Abbiamo chiuso tutti i centri sociali e sono stati aperte le sedi delle forze neofasciste; sono stati criminalizzati i centri di aggregazione giovanile e sono state elevate a scuole di stile e di vita le palestre e le pratiche della violenza antisportiva e machista.

Quando sui banchi del nostro mercato settimanale appare la mascherina con il fascio littorio, proposta all’acquirente accanto a quella della Roma, o insieme  ad altre colorate e neutre, non si sta facendo una cosa innocente: nessuno indosserebbe la mascherina con un’immagine pedopornografica, né con il volto di Riina; perché allora qualcuno pensa che si possa indossare una mascherina che  oltraggia un principio costituzionale e viola più d’una legge dello Stato? Chi deve vigilare? Se tocca a noi, se dobbiamo essere noi, cittadine e cittadini dell’ antifascismo e militanti per la democrazia sancita dalla Costituzione, dovete dircelo: non ci spaventa farlo; sapremo essere all’altezza del compito. Ma l’ordine democratico ha attribuito ad altri soggetti il compito di vigilare e di reprimere. La scelta antiviolenta dei Costituenti e dei partigiani che si espressero in tal senso, ha nutrito il nostro senso di repulsione per lo scontro diretto, il nostro rispetto per l’incolumità della persone fisica; occorre però che a questa posizione responsabile faccia riscontro una posizione altrettanto ferma ed esplicita da parte delle forze dell’ordine e degli organi che presidiano la legalità.

Finché il fascismo sarà un reato, ostentarne i simboli non può essere tollerato. Omissioni o negligenze nei confronti di questa illegalità, sono illegali a loro volta.

ANPI Siena chiede risposte

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