I simboli sono incolpevoli: chi li usa no

Se il signor Alessandro Pestelli fosse mai entrato nella casa di una famiglia di senesi e contradaioli, avrebbe chiaro come le dichiarazioni di appartenenza non hanno bisogno di scritte a caratteri cubitali: basta un’associazione di colori, basta un dettaglio per dichiarare quale sia la propria identità. I segnali identitari sono più spesso allusivi che dichiarativi, e la loro efficacia dipende da chi li usa, con quali intenzioni e dove. Una conchiglia di Saint Jacques, o capasanta, ovunque significa Santiago di Compostela, ma non a Siena. Regalate una civetta di marmo ad un contradaiolo del Leocorno, sperando che la accolga come simbolo di sapienza!
E fin qui parliamo di simboli innocenti: ma i simboli funzionano così, anche quando operano in tutt’altro ambito, quello delle appartenenze politiche e- nel caso specifico- delle pratiche illegali.
Non così sarebbe stato, invece, per chi avesse comperato la mascherina smascherata: il fascio littorio è un simbolo antico che ha significato molte cose ed è stato usato anche da alcune formazioni politico-sindacali di sinistra. Peccato, però, che sia divenuto uno dei simboli portanti dell’iconografia fascista.
Chi propone una maschera con il fascio littorio in Italia, e anche a Siena, non si aspetta di trovare clienti esperti di storia spagnola, che vi riconoscano a colpo d’occhio l’emblema della Benemerita, la Guardia Civil, come sostiene Pestelli. E se ve ne fossero, per riprendere il suo inconsistente argomento, saprebbero che quello stemma fu adottato proprio nel 1943, dal regime fascista di Franco, in sostituzione di quello originario, politicamente neutro.
Nascondersi dietro l’ambivalenza e ripararsi dietro l’allusione: è la strategia vigliacca del neofascismo e di tutte le forze politiche che sperano di trovarvi consenso e voti. Se il commerciante è innocente, il suo difensore non lo è. C’è malafede nel sostenere che  quel simbolo circola come omaggio alla Spagna, senza dire che sarebbe omaggio alla Spagna fascista nata sulle ceneri e sul sangue della Repubblica. E’ come difendere il simbolo delle SS sostenendo che sia solo dei tanti simboli del sole, o che la svastica disegnata sul muro di un ex deportato sia un segnale di augurio. I simboli sono incolpevoli: chi li usa no.
La difesa d’ufficio del signor Pestelli conferma l’urgenza del controllo e delle risposte istituzionali chieste da Anpi: certamente non da lui, né dalla sua parte politica.
Anpi non ha niente contro il mercato settimanale; Nè ha alcun ruolo – al contrario del partito al quale aderisce il signor Pestelli- nella presente campagna elettorale, se non quello di invitare i suoi iscritti e i cittadini tutti, alla difesa della Costituzione, anche dai ritorni di fiamma neofascista.

Fino a quando?

Mercoledì scorso. Mercato settimanale a Siena. Una bancarella tra le tante che offrono mascherine di varia foggia, ne offre una con il fascio littorio e la corona regia: un inequivoco riferimento al fascismo.

C’era da attenderlo: ne avevamo viste già, di mascherine antivirus, infettate dal virus del neofascismo: nere, con simboli nazionali ostentati da figure di primo piano del nostro panorama politico chiaramente nazionaliste e use a frequentare simboli e marchi commerciali della galassia neofascista.

Capita solitamente, nei mercatini dell’antiquariato, di incontrarsi con effigi, busti, medaglie, berretti, elmetti, in bella vista ad attirare curiosità e alimentare, in qualcuno, illecite nostalgie, protette dal loro essere “memorabilia”, oggetti del passato e della storia.

Ma che qualcuno possa pensare a riparare gli altri dal proprio involontario contributo al contagio del coronavirus, ostentando illegalmente il simbolo del fascismo, è davvero un paradosso: combattere un virus diffondendone uno diverso ma anche diversamente pericoloso e letale. In quanti hanno visto quale merce veniva proposta da quella bancarella? Nessuna autorità pubblica è passata a raccogliere identità e tariffa, facendo notare al venditore quale veleno diffondeva?

Il fascismo è rimasto nelle vene del nostro paese come una infezione: prende forza delle crisi, dalle difficoltà, cambiando pelle e riproponendosi come una possibilità agli occhi di chi non sa, non vuo sapere, non vuol vedere.

Fino a poco tempo fa la testimonianza viva di chi aveva fatto la Resistenza e di chi ci aveva regalato la Costituzione democratica, riusciva a tener testa al revisionismo; la militanza politica di molti colori diversi era unificata dal no al fascismo; poi piano piano le difese si sono sgretolate e di pari passo con la strumentale apertura di credito – finalizzata al puro lucro elettorale- una strana tolleranza ha cominciato a circolare nelle sedi che debbono difendere l’ordine democratico. Il saluto fascista che per alcuni giudici è un segno di memoria, e non apologia del fascismo; sfilate e raduni in occasione di anniversari infausti; celebrazioni indebite di criminali di guerra; crimini veri e propri hanno disseminato di vittime innocenti le nostre piazze e sono stati letti come episodi, irrelati.

Come siamo giunti fino a questo punto? Con il sonno di gran parte delle forze politiche che hanno cominciato a temere di dichiararsi per principio antifasciste; con la compiacenza di organi statali che si sono riparati dietro interpretazioni letterali delle norme, tradendo insieme i loro significati e la propria funzione; con la sottovalutazione del rischio che ha percorso gli organi dell’informazione generalista, sia privata che pubblica. Quante volte abbiamo aspettato inutilmente che il lettore di un telegiornale associasse la parola fascista ad un crimine che era stato appena commesso e quante volte si è data una patente di democrazia ai portatori del veleno della violenza, della xenofobia, dell’integralismo religioso, della visione deformata della vita e dei valori che restano integralmente fascisti anche quando hanno cambiato nome o presumono di proporsi come forze “nuove” o “del terzo millennio”?

Fino a quando lasciare che le immonde celebrazioni di Predappio siano compiute in dispregio delle leggi che questo stato democratico si è dato? Abbiamo chiuso tutti i centri sociali e sono stati aperte le sedi delle forze neofasciste; sono stati criminalizzati i centri di aggregazione giovanile e sono state elevate a scuole di stile e di vita le palestre e le pratiche della violenza antisportiva e machista.

Quando sui banchi del nostro mercato settimanale appare la mascherina con il fascio littorio, proposta all’acquirente accanto a quella della Roma, o insieme  ad altre colorate e neutre, non si sta facendo una cosa innocente: nessuno indosserebbe la mascherina con un’immagine pedopornografica, né con il volto di Riina; perché allora qualcuno pensa che si possa indossare una mascherina che  oltraggia un principio costituzionale e viola più d’una legge dello Stato? Chi deve vigilare? Se tocca a noi, se dobbiamo essere noi, cittadine e cittadini dell’ antifascismo e militanti per la democrazia sancita dalla Costituzione, dovete dircelo: non ci spaventa farlo; sapremo essere all’altezza del compito. Ma l’ordine democratico ha attribuito ad altri soggetti il compito di vigilare e di reprimere. La scelta antiviolenta dei Costituenti e dei partigiani che si espressero in tal senso, ha nutrito il nostro senso di repulsione per lo scontro diretto, il nostro rispetto per l’incolumità della persone fisica; occorre però che a questa posizione responsabile faccia riscontro una posizione altrettanto ferma ed esplicita da parte delle forze dell’ordine e degli organi che presidiano la legalità.

Finché il fascismo sarà un reato, ostentarne i simboli non può essere tollerato. Omissioni o negligenze nei confronti di questa illegalità, sono illegali a loro volta.

ANPI Siena chiede risposte

2 giugno 2020. Le rose e le bandiere

Dispiace che proprio questo 2 giugno la Repubblica venga celebrata quasi ovunque in Italia con una cerimonia semi clandestina, chiusa al pubblico e aperta alle sole autorità. Dispiace che alla vigilia di una riapertura tanto attesa, in cui piazze e luoghi pubblici saranno di nuovo frequentati, lo Stato imponga a se stesso l’osservanza di una norma da cui il resto della società sembra ormai sciolto. Sarebbe stato, il 2 giugno, occasione per ribadire che l’unità nazionale a cui siamo stati chiamati ad aderire durante il doloroso periodo delle morti, della quarantena, della chiusura, quell’unità nazionale è vera e reale; sarebbe stata l’occasione per riunire, intorno alle autorità, le associazioni di volontariato, che hanno saputo fare la loro parte e che ogni giorno lavorano sui territori; sarebbe stata l’occasione per ribadire che la Repubblica, e il suo patto fondativo, la Costituzione, sono nati grazie alla lotta di Liberazione, e che lo Stato non tollera in piazza gazzarre fasciste. È stato deciso invece che l’Anpi non può essere presente, come non possono essere presenti le altre associazioni, né i cittadini e neppure i sindaci, che dei cittadini sono i primi e più diretti rappresentanti. Che senso ha, allora, festeggiare la fondazione della Repubblica con le sole, poche e sostanzialmente quasi tutte interne autorità? La nostra è un’associazione che guarda avanti, che pratica memoria attiva, che interviene nella vita sociale con convinzione, cercando di unire le differenze non per uniformarle, ma per trarre da ciascuna le migliori potenzialità. Ma è anche un’associazione attenta alla memoria e ai suoi simboli. Oggi, 2 giugno, l’Anpi va a portare una rosa alle 21 donne che hanno scritto la Costituzione.

Il nostro alzabandiera oggi è questa rosa.

comitato provinciale ANPI Siena

“Il Governo non può escludere l’ANPI dal 25 aprile!”

22 Aprile 2020

Dura presa di posizione della Presidenza e della Segreteria nazionali ANPI sulla circolare del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro che di fatto impedisce ai rappresentanti dell’ANPI, per “evitare assembramenti”, di essere presenti alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile. “Chiediamo al Governo di cambiare questa norma. In ogni caso l’ANPI parteciperà alle celebrazioni”

La Presidenza e la Segreteria ANPI Nazionali esprimono incredulità e rammarico di fronte ad un atto di indifferenza e scortesia del governo Conte, che mai si sarebbero aspettati.

Si tratta di questo: nella giornata del 25 aprile p.v., al mattino, in moltissime città e paesi italiani sono previste celebrazioni con la deposizione di un fiore o di una corona al monumento o altro luogo significativo della Resistenza locale.

Ebbene, quest’anno sarà impedito al rappresentante dell’ANPI o di altra organizzazione partigiana o resistenziale, di deporre quel fiore. Potranno farlo soltanto i signori Prefetto e Questore e, ma non è ancora chiaro, il Sindaco.

Tutto ciò è semplicemente inaccettabile.

Ricordiamo al Sottosegretario Fraccaro, estensore, a nome del Governo, della circolare inviata ai Prefetti di tutta Italia, che l’argomento di evitare assembramenti è, in questo caso, assolutamente pretestuoso, perché si tratterebbe di UNA PERSONA SOLA e ovviamente dotata di ogni presidio di protezione sanitaria.

Mentre il governo si accinge a far riaprire varie industrie, vieta ai partigiani e agli antifascisti di portare un fiore sulla tomba dei propri morti. Tutto ciò potrebbe denotare, in ultima analisi, o malafede politica o completa ignoranza della storia patria.

Ricordiamo agli immemori o ai nostalgici, che la data del 25 aprile 1945 fu scelta con Regio Decreto quale festa nazionale il 22 aprile 1946 dal CLN Alta Italia e tale decreto fu firmato dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Festa Nazionale, Festa dell’Unità ritrovata, Festa che, come disse Arrigo Boldrini, Medaglia d’Oro della Resistenza, ci ricorda che i partigiani combatterono “per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro”.

Festa stabilita persino prima che, con le elezioni, fosse scelta la stessa forma istituzionale per il governo del Paese. Quest’anno ricorre il 75° anniversario di questa data fondamentale per la nostra storia democratica. Mai nessuno, in questi 75 anni, ha osato negare alle associazioni partigiane e combattentistiche il diritto di onorare il 25 aprile. Per la verità, ci furono dei tentativi e anche allora l’ANPI si oppose fermamente, così come fa oggi.

Siamo rispettosi di norme giuste per la prevenzione e il contenimento di questo terribile contagio. Siamo impegnati, anche come associazione per sostenere iniziative sanitarie e sociali che aiutino il nostro popolo in questo, difficile e tragico frangente.

Intendiamo dare il nostro contributo affinché da questa pandemia l’Italia e gli italiani possano uscire migliori, più solidali e sereni. Non accetteremo mai però che, con la scusa del contenimento del contagio, si operi per cancellare la memoria democratica del nostro Paese. Per far dimenticare o ignorare alle giovani generazioni che la memoria non è solo un ricordo, che pure va conosciuto e onorato, ma è uno strumento per migliorare il nostro oggi e il futuro.

Così ci hanno detto, in queste settimane, tante partigiane e partigiani ancora viventi che hanno continuato, in tutti questi anni, a parlare alle nuove generazioni.

Questo terribile morbo se ne sta portando via tanti e il gesto di negare loro anche il diritto di vedere un proprio rappresentante deporre un fiore sulla tomba o sul monumento dei suoi compagni caduti è un’offesa inaccettabile. Confidiamo che si voglia, al più presto, sanare questo vulnus istituzionale con un atto di buon senso e di civiltà. Molti Sindaci e Prefetti, pur costretti da una imbarazzante circolare, stanno cercando, in queste ore, di risolvere positivamente il problema. L’ANPI è al loro fianco, come sempre disponibile a far prevalere le ragioni della pacifica convivenza e del rispetto della memoria costituzionale. Rifiuteremo sempre ogni tentativo di negare il valore della Resistenza e non accetteremo mai di essere esclusi dalle celebrazioni del 25 aprile. Chiediamo al governo di cambiare una norma irrilevante sul piano della sicurezza, inutilmente divisiva, ingiusta e offensiva verso i partigiani, verso il nostro popolo, verso l’Italia. In ogni caso invitiamo i locali Presidenti dell’ANPI o loro rappresentanti, nella misura di una sola persona, a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile”.

Roma, 22 aprile 2020

Nespolo: La UE espella l’indegno regime ungherese

Dichiarazione della Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo

In Ungheria l’attribuzione dei pieni poteri a Viktor Orban, con l’ignobile pretesto della pandemia, segna la nascita di un regime antidemocratico e autoritario e svela il pericolo delle formazioni cosiddette sovraniste che nascondono dietro la parvenza democratica pulsioni nazionaliste e liberticide. A chi vaneggia sulla legittimità formale di tale decisione va ricordato che anche Mussolini e Hitler andarono al potere con una copertura di legittimità. La svolta ungherese è un’intollerabile ferita all’UE perché contrasta con la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione che si basa “sul principio della democrazia e dello Stato di diritto”. Nel 75esimo della Liberazione esigiamo che l’UE espella l’indegno regime ungherese che ha tradito il patto antifascista da cui è nata l’idea di Europa.

Carla Nespolo – Presidente nazionale ANPI

La strage di Montemaggio, il racconto del partigiano Guido Lisi

Nell’articolo di Leonardo Antognoni uscito ieri in edicola su Valdelsasette, Guido Lisi, partigiano e presidente della sezione 1000 Papaveri Rossi – ANPI San Gimignano, racconta di quando ha ricevuto la notizia dell’eccidio.

«Il 27 marzo anche il nostro gruppo aveva iniziato a spostarsi verso Montemaggio, trascorrendo la notte a Badia a Coneo. Il 28 marzo, mentre ci stavamo accingendo a partire per raggiungere i compagni, una staffetta è venuta ad avvisarci: “Su Montemaggio i fascisti avevano ammazzato tutti i partigiani”.

Era una notizia terribile, non riuscivamo a credere a quello che ci era stato detto: non lo potevamo accettare. […] Solo il caso ha voluto che io non fossi lì».

Votiamo NO al referendum per il taglio del numero dei parlamentari

La legge che verrà sottoposta al voto, col referendum del 29 marzo, non corrisponde, in
realtà, ad alcuna necessità concreta e rappresenta semplicemente una manifestazione di
quella antipolitica che si fa circolare nel Paese creando un grave discredito verso le istituzioni fondamentali della Repubblica.

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La nostra risposta alle accuse di negazionismo

Comunicato stampa del 12 Febbraio 2020

Un striscione con il simbolo di una notoria organizzazione neofascista è apparso nella notte in prossimità di uno snodo della viabilità cittadina. Lo striscione chiama in causa ANPI, chiedendo retoricamente: “Anpi difende i titini?”. ll messaggio si chiude poi con una rima: “negazionismo e quattrini”.
La rima baciata, malgrado lo sforzo richiesto all’autore, non dà maggior valore poetico al contenuto, il messaggio è da rigettare nel merito e nel metodo.
Nel merito: ANPI non ha mai difeso “i titini”; ANPI riconosce e promuove la memoria del contributo dei partigiani slavi alla liberazione dal nazifascismo, nel nostri e nei loro territori. ANPI si fa portatore di una visione storica che comprenda le atrocità compiute dai fascisti nel tentativo di colonizzare ed italianizzare una terra da sempre multietnica e plurale. Alle responsabilità dei criminali di guerra che gestirono l’Istria italianizzata, che allestirono campi di concentramento per gli slavi resistenti, che per primi inocularono l’odio etnico, ANPI riconduce la genesi della reazione violenta che nell’immediato dopoguerra si scatenò sulla componente italiana residente nell’area, indipendentemente dalle responsabilità individuali nella cruenta colonizzazione fascista pregressa.
Morti e esuli: il bilancio terribile del dopoguerra si aggiungeva a quello della “italianizzazione forzata” che aveva caratterizzato il controllo fascista su quelle terre.
Le responsabilità degli eccidi è di chi li ha compiuti.
Il silenzio sulle responsabilità ricade, invece, interamente sulle classi politiche che nell’immediato dopoguerra trovarono opportuno tacere sui crimini di guerra compiuti nella zona di confine: il silenzio che coprì le foibe coprì anche i crimini di guerra compiuti dal fascismo.
La storia avrebbe risvegliato le coscienze: all’istituzione della giornata della Memoria, sarebbe seguita quella della giornata del Ricordo, che nasceva con il fine di riscattare dall’oblio e dalla indifferenza anche la vicenda istriano-giuliano-dalmata; purtroppo nella gestione politica della giornata del Ricordo non è mai mancata la tentazione di usarla propagandisticamente.
Con lo stesso cinismo di allora, ma con maggiore impudenza, decenni dopo, ecco di nuovo i fascisti di sempre (non c’è un nuovo millennio per un’ideologia di morte) impancarsi a difendere una memoria che serve solamente a tentare di compensare o coprire le colpe dei regimi di cui rivendicano l’ascendenza senza vergogna.
E’ solo un diverso modo di oltraggiare le vittime della violenza scatenata dalla guerra che i nazifascisti vollero e persero: usare quei morti contro i morti della Shoah, contrapporre il giorno del Ricordo a quello della Memoria. Riaprire il tema dell’odio etnico in una stagione in cui il richiamo alle sovranità nazionali si mescola con il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia è davvero un oltraggio alla memoria che si pretende di riscattare e difendere.
ANPI non nega niente; assume, al contrario, come il frutto della Resistenza quella Costituzione democratica che avrebbe bandito la violenza dall’ambito del confronto politico.
ANPI ha rispettato la giornata del Ricordo e non riconosce alle organizzazioni neofasciste – di cui si è chiasto formalmente lo scioglimento ai sensi delle leggi vigenti- il ruolo di interlocutori.
Quanto al binomio “negazionismo e quattrini” è talmente privo di senso da non meritare neppure una chiosa. I quattrini di ANPI sono da sempre quelli dei suoi iscritti. Sono i gruppi neofascisti a dover dare conto della provenienza dei fondi con cui pagano sedi e iniziative, come dimostrato da estese e documentate inchieste giornalistiche.
Nel metodo: uno striscione apposto di notte richiama un regime di clandestinità che si spiega solo con la vergogna di farsi vedere, di associare nomi e facce ad attività che la magistratura dovrebbe vagliare alla luce delle leggi Scelba, Mancino e della norma finale della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma.
ANPI chiede alle forze democratiche di prendere posizioni inequivoche circa il riaffiorare del pericolo neofascista in un territorio, come il nostro, che seppe liberarsi da solo dall’incubo nero e violento del fascismo repubblichino servo dei nazisti, e chiede alla Magistratura di agire a difesa della legalità democratica e repubblicana.

8 Gennaio 1945 – 8 Gennaio 2020

San Gimignano ricorda la partenza dei suoi volontari che combatterono sulla linea Gotica