La storia à la carte

Una vivisezione della recente risoluzione del parlamento europeo, “un vero e proprio minestrone indigeribile di affermazioni del tutto destoricizzate”. Un regalo alle forze politiche sovraniste ed identitarie che sono al governo in diversi Stati dell’Europa orientale, a partire dall’Ungheria e dalla Polonia

Adesso non possiamo più dire di non saperlo: il Parlamento europeo «sottolinea l’importanza di mantenere vivo il ricordo del passato, in quanto non può esserci riconciliazione senza memoria». «Memoria» in funzione della «riconciliazione». Teniamo a mente queste due parole chiave. Poiché, affermano i suoi deputati, il Parlamento medesimo «ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità, e rammenta l’orrendo crimine dell’Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari». Regimi, genocidi, nazisti e comunisti. Tutti insieme, indistintamente.

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’«importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» (votata favorevolmente da 535 deputati, mentre solo 66 si sono dichiarati contrari e 52 astenuti), che equipara e omologa di fatto, sotto la categoria dei «totalitarismi», le vicende storiche del nazismo, come dei fascismi e del comunismi continentali laddove essi salirono al potere, merita una lettura critica che non si soffermi solo al livello della reazione epidermica ed occasionale. Poiché, di primo acchito, verrebbe da dire che l’interpretazione revisionistica della storia del Novecento, quella di cui autori – tra gli altri – come Ernst Nolte, François Furet o Andreas Hillgruber si sono fatti paladini, ne esce rafforzata. Ed è vero, ma non basta.

Nello specifico, la tesi di questi studiosi, infatti, è che il nazionalsocialismo (ma di riflesso anche i fascismi) abbiano costituito una reazione alla vittoria del bolscevismo in Russia e poi alla diffusione dei partiti comunisti in Europa. In altre parole, questi regimi dittatoriali di destra radicale sarebbero stati un risultato dell’affermazione del movimento rivoluzionario rosso, una sorta di difesa estrema al suo espandersi nel Continente. Non negando le brutalità nazifasciste, fino al genocidio, tuttavia ne attribuiscono le ragioni storiche (e culturali) alla minacciosa evoluzione della sinistra classista. Di qui ad affermare che le tragedie che le dittature di destra estrema hanno causato siano da imputarsi, almeno moralmente, alla paura collettiva generata dallo «sterminio di classe» praticato dai bolscevichi (formula tanto sbrigativa quanto suggestiva per definire il complesso delle vicende che si accompagnarono al periodo tra il 1917 e la seconda metà degli anni Trenta nell’Europa dell’Est) – nei confronti del quale le classi dirigenti europee e i ceti medi, terrorizzati dall’evoluzione delle società e quindi rappresentati dal nazifascismo, avrebbero risposto con i lager – il passo non solo è breve ma pressoché immediato.

La risoluzione del Parlamento europeo, parificando i diversi regimi, di fatto fa propria una tale impostazione di fondo. Dicendoci, quanto meno implicitamente, che è questo il giusto modo di intendere le cose del passato, ovvero di tutto quel passato. Quindi, dell’intero Novecento, ricondotto ad una sorta di grumo sanguinolento di crimini. Un’impostazione che, per essere chiari fin dalle premesse, non solo mette sullo stesso piano fenomeni storici distinti, se non antitetici, ma cerca di costringere ad un assenso forzato rispetto alla sua impostazione di fondo, quella per cui, fuori dal liberalismo tradizionale, quello delle classi dirigenti dell’Europa occidentale, ci sarebbero solo nequizie e tragedie. Lo fa ricorrendo al giudizio univoco e astorico sul significato della violenza nella storia: se essa è praticata da un movimento sociale, che pur si fa poi regime, non potrà che generare inesorabilmente una catastrofe, a prescindere non solo dal segno politico che andrà poi assumendo ma anche da una lettura critica del contesto in cui un tale processo dovesse maturare e verificarsi; se invece è prassi di una istituzione di radice liberale tradizionale (ripetiamo: qualcosa che rimanda al liberalismo elitario antecedente alla Seconda guerra mondiale), allora il ricorso a tale forza è in sé lecito poiché espressione di un potere legittimo.

Ogni trasformazione rivoluzionaria, secondo questa impostazione, è pertanto deleteria. Il conflitto politico non potrà quindi essere che quello incapsulato dentro le istituzioni parlamentari. Il resto, invece, rischierà sempre e comunque di portare alla caduta negli inferi. La lettura revisionista della storia, oltre ad essere ispirata ad un profondo anticomunismo (che in questo caso non è il rifiuto del comunismo come concreto fenomeno storico ma l’avversione verso ogni forma di organizzazione sociale e culturale dal basso, l’orrore per ciò che è mutamento collettivo di contro alla gelosa preservazione dei privilegi e quindi delle diseguaglianze), rivela un’irrisolta acquiescenza nei confronti dei fascismi (di cui condanna gli «eccessi» ma non il loro costituire una sorta di sbarramento criminale nei confronti dei movimenti di trasformazione sociale), tradendo anche una concezione fortemente conservatrice, se non a tratti reazionaria, della storia.

Per intenderci: condannare «l’Unione sovietica comunista» poiché omologa, nelle intenzioni belliche, alla Germania di Hitler, finisce con l’attenuare, se non anestetizzare, le vere responsabilità dei nazisti. Sia nella condotta bellica che, soprattutto, nel genocidio razzista al quale diede corso non malgrado ma grazie alla guerra stessa. Ed è questo ciò che i parlamentari europei hanno votato, non altro. Non importa con quale grado di consapevolezza civile e morale, poiché qui non è in gioco un giudizio storico ma piuttosto una valutazione politica del passato.

Una lettura critica dei comunismi, che si sono tradotti in asfissianti regimi antipluralisti, avrebbe oggi un senso compiuto. A patto, tuttavia, di non riversare immediatamente, con un esercizio di gratuito cerchiobottismo, il gulag nel lager, l’Holodomor nella Shoah. La moralistica categoria del «male assoluto», che in tale modo viene estesa a tutti i regimi illiberali, non è una conquista della coscienza ma un annichilimento della cognizione. Rappresenta il grado zero della storia e, con esso, in omaggio ai trend populisti dominanti, della stessa azione politica. Che si riduce ad essere esclusiva denuncia del passato, indignazione a manetta, dinanzi alla totale inerzia nel presente.

Non è un caso, infatti, se la risoluzione provenga da un’istituzione rappresentativa che a modo suo registra l’incapacità (e l’impotenza) dell’Unione europea nel comprendere le trasformazioni sociali, economiche, culturali e civili che attraversano il Continente. Una «politica della memoria» di tale fatta non dà carburante all’azione ma annacqua qualsiasi motore del mutamento, riconducendo ogni spinta collettiva ad un orizzonte di potenziali tragedie a venire. Per prevenire le quali, ci viene suggerito, è meglio delegare in alto le scelte più importanti, nel nome di una «cittadinanza europea» che incorpora lo sguardo indistinto verso i propri trascorsi.

Musica per l’offensiva populista, che si alimenta di questa doppia disposizione: l’indistinzione banalizzante (tutto il passato è un coacervo di tragedie; bisogna ricominciare daccapo) e la delegittimazione delle élite. C’è quindi da aspettarsi le felicitazioni dei vari Orbán, Le Pen, Duda e Kaczyński che coglieranno senz’altro la palla al volo, non attendo altro per potere proseguire, meglio legittimati, nell’azione di riabilitazione di un passato che non passa, quello dei regimi autoritari ai quali guardano con rinnovata simpatia.

Tuttavia, per meglio intendersi è necessario fare un’ulteriore analisi del testo della risoluzione. Il quale parte dalla ricorrenza dell’ottantesimo anniversario dell’inizio della Seconda guerra mondiale affermando, tra le premesse, che «ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l’Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l’Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale».

Cosa c’è da scandalizzarsi, obietterà qualcuno, dinanzi ad un tale riscontro storico? Il fatto è che l’accordo tra i due Paesi è inteso come la causa principale del conflitto euroasiatico, senza alcun riferimento agli innumerevoli precedenti (basti anche solo pensare alla guerra di Spagna e alla politica imperialista in Africa dell’Italia) né al complesso sistema di incastri geopolitici che permisero di arrivare ad un tale esito. Tanto più che come sua diretta conseguenza – si scrive nella risoluzione – con il «“trattato di amicizia e di frontiera” nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il Paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l’Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia». Lo scatenamento della Seconda guerra mondiale è ridotto e ricondotto a questa dinamica univoca, partendo per l’appunto dalla necessità di commemorare la «ricorrenza» dell’accordo bilaterale. Magari un rimando alla conferenza di Monaco del 1938, e al beneplacito di Francia e Gran Bretagna, dinanzi alle pretese hitleriane sulla Cecoslovacchia, ci poteva anche stare. Ma una tale lettura sbilenca della storia non lo concede.

Torniamo ancora al testo, laddove con una sospetta ridondanza ribadisce: «la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d’Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza». Qui è affermato il principio di complementarietà: due regimi totalitari, omologhi, ovvero con le stesse intenzioni, si sono messi al tavolo e hanno banchettato sulle spoglie dell’Europa. Pari sono, quindi, comunisti e nazisti. Moralmente, politicamente ma anche e soprattutto sul piano delle intenzioni.

A ciò, sempre nelle premesse, si aggiunge che «dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni Paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri Paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall’Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico». In questo passaggio la parificazione tra i due regimi, quello nazionalsocialista e quello «comunista» è già operante, ossia intesa come un dato ovvio, tanto più che «sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature», fatto che è corroborato dal riscontro che «in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste».

Qui si rivela però la vera ragione politica della risoluzione. Quando infatti si afferma che «l’integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista, che ha portato all’Olocausto, e all’espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell’Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni e ostilità in Europa attraverso la cooperazione e l’integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia sul continente; che per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell’occupazione sovietica e delle dittature comuniste l’allargamento dell’UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono».

Che cosa vuole dire questa lunga perifrasi? In parole povere indica che l’Unione europea deve fare le dovute concessioni a quelle forze politiche sovraniste ed identitarie che sono al governo in diversi Stati dell’Europa orientale, a partire dall’Ungheria e dalla Polonia. Il loro anticomunismo, prima ancora che rifiuto del passato autoritario, è strumento per la legittimazione di un presente che è tutto in costruzione sotto l’egida della «democrazia illiberale», così come il premier ungherese Viktor Orbán ha definito il suo progetto politico. L’anticomunismo non rimanda quindi all’effettiva presa di distanza dai meccanismi di soppressione delle libertà e di persecuzione degli oppositori praticati negli anni del «socialismo reale» ma ad una sorta di richiamo ipernazionalista, che i leader della destra sovranista al potere utilizzano come strumento di autopromozione.

Se il comunismo era internazionalista, la vera sovranità riposa nella patria etnica, quella dove sono cittadini solo coloro che hanno le giuste ascendenze, all’interno di confini non esclusivamente politici e amministrativi ma anche etnorazziali. Nel nome di questa premessa, lo Stato potrà allora garantire ai suoi sodali la pace sociale, la prosperità, un futuro dignitoso. Per inciso: le lunghe citazioni in corpo testo, che precedono e seguono, necessitano per rendersi conto di quale sia l’impianto culturale e ideologico della risoluzione. Il lettore non ce ne avrà, quindi.

Anche la stoccata contro la Russia putiniana (propriamente non un esempio di giustizia e democrazia) acquista quindi un suo senso. Nella risoluzione, infatti, si afferma: «considerando che, nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell’URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell’agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l’interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l’Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale». E si rafforza il concetto dichiarando: «la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista [ma] che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l’élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e a esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato», per poi aggiungere che il Parlamento europeo «è profondamente preoccupato per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividere l’Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi». Tutto vero, o comunque per buona parte condivisibile, ma che rischia di essere rafforzato dalla risoluzione laddove questa istiga implicitamente l’orgoglio russo per le vestigia del suo impero, che fu zarista, poi sovietico ed infine “putiniano”.

Il testo del documento parlamentare è un vero e proprio minestrone indigeribile di affermazioni del tutto destoricizzate. Sono poste sotto il cappello della necessità di coltivare una «memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo [in quanto] sono di vitale importanza per l’unità dell’Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne». Qui emerge un altro punto, che è quello del rimando alla cosiddetta «memoria condivisa» (un’autentica insensatezza dal punto di vista umano, prima ancora che storico: come dire che vittime e carnefici debbono rifarsi alla medesima cognizione del passato). La risoluzione, infatti, «chiede l’affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l’istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l’istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l’Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell’arco di alcuni anni».

Viene però da obiettare che la «resilienza» dei giovani non potrà mai riposare in una concezione della storia che, nel condannare i molti, rischia di assolvere tutti. Il rimando alla «memoria condivisa» è, al riguardo, un feticcio insensato, un totem che rafforza e corrobora il tabù e l’interdizione della politica come conflitto (negoziato) e come prodotto dell’azione collettiva. È una concessione, ancora una volta, ai populismi. Soprattutto a quelli dell’Est. È la negazione del diritto al pluralismo culturale, inteso come differenziazione e coesistenza nella medesima società. Non a caso, un’altra parola chiave è «riconciliazione», laddove la risoluzione afferma testualmente di volere riaffermare «che l’integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l’Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all’interno che all’esterno del suo territorio».

Come opporsi a queste dichiarazioni di principio, in sé tanto ariose da rasentare la nullificazione delle intenzioni e degli obiettivi che vorrebbero invece manifestare e soddisfare? Ad esempio: «sottolinea che il tragico passato dell’Europa dovrebbe continuare a fungere da ispirazione morale e politica per far fronte alle sfide del mondo odierno, come la lotta per un mondo più equo e la creazione di società aperte e tolleranti e di comunità che accolgano le minoranze etniche, religiose e sessuali, facendo in modo che tutti possano riconoscersi nei valori europei». Uno dei grandi problemi dei tempi correnti è la sostituzione dell’azione di fatto con il rimando ai grandi temi dell’«umanità». Tuttavia, la bontà d’animo si azzera se non si traduce in azione collettiva per la trasformazione dello stato di cose esistenti, a partire dalle grandi ingiustizie sociali che hanno ripreso sostanza e corpo, in Europa ed oltre essa. È uno spazio vuoto, quest’ultimo, che non a caso è stato progressivamente occupato dai movimenti sovranisti, identitari, populisti e dai fondamentalismi. Dinanzi alla decadenza della politica e al defezionismo delle élite, consegnatesi alla difesa delle loro prerogative, si è aperta una gigantesca prateria dove partiti, liste, organizzazioni autoritarie si muovono a loro agio, promettendo una soluzione facile ai complessi problemi del presente.

La risoluzione del Parlamento europeo, lo ripetiamo, fa a questi ultimi una grossa concessione. Non importa quanto involontaria. In politica nulla può essere giustificato con il ricorso all’ingenuità, che è invece un peccato capitale. La mancanza di cultura politica da parte di molti dei parlamentari che hanno condiviso questo documento, l’incapacità di distinguere i fatti del passato poiché non si capisce appieno il presente, la propensione alla banalizzazione, sono peccati che si scontano con una sorta di auto-retrocessione, quando le società nazionali verranno di nuovo chiamate alle urne per eleggere i loro rappresentanti. Soprattutto, quando poi le uniche idee pratiche che si accompagnano alla risoluzione sono – infine – sia quella di istituire altre giornate della memoria («celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE»; «chiede inoltre che il 25 maggio, anniversario dell’esecuzione del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz, sia proclamato Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo»), quasi a volere ribadire che al calendario del martirologio cristiano si debba affiancare (e sostituire?) un calendario di laiche sofferenze, sia il monito, un poco minaccioso, alla necessità di cancellare ciò che resta del passato, evidentemente con una radicale azione dall’alto: «osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari». Forse bisognerebbe fare capire a chi ha redatto questi richiami che c’è una differenza radicale tra l’opporsi al triste mausoleo eretto ad Affile in memoria di Graziani molti decenni dopo la fine della guerra e, magari, il pensare che si possa affrontare il passato con le ruspe, livellando il centro di Latina, chiaramente ispirato al fascismo nella sua estetica figurativa e nella geometria architettonica. Lo diciamo così, tanto per dire, anche perché da quella risoluzione non ci si raccapezza, essendo come una sorta di mucillagine culturale, politica, civile.

Claudio Vercelli, Università cattolica del Sacro Cuore, Istituto di studi storici Salvemini

PUBBLICATO MERCOLEDÌ 25 SETTEMBRE 2019

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