Aristeo, sotto l’ombra di un bel fior

Riportiamo un articolo uscito oggi su Il Manifesto a firma di Silvia Folchi, Presidente Comitato provinciale Anpi Siena:

Figlio di perseguitati antifascisti, partigiano, una vita spesa per la politica (dirigente provinciale e regionale del Psi, poi del Psiup, del Pdup e infine di Dp), la postura etica di Aristeo Biancolini si fondava su fermezza e modestia. La mattina del 5 gennaio, all’età di 96 anni, ci ha lasciati Aristeo Biancolini, partigiano della formazione Mencattelli, raggruppamento Monte Amiata.

Quello che più ci mancherà di lui sarà la sua capacità di entrare in relazione, di ascoltare, di voler guardare il mondo con gli occhi dei suoi interlocutori. Forse perché da un po’ di tempo ci vedeva poco, la sua capacità di visione e di presa sulla realtà sembrava farsi forte dello sguardo dei compagni. Figlio di perseguitati antifascisti, partigiano, una vita spesa per la politica (dirigente provinciale e regionale del Psi, poi del Psiup, del Pdup e infine di Dp), la postura etica di Aristeo si fondava su fermezza e modestia.

Nella bella testimonianza pubblicata nel volume Noi partigiani, in cui Gad Lerner e Laura Gnocchi hanno raccolto interviste a partigiani, donne e uomini, che è uscito per Feltrinelli nel 2020, emerge con chiarezza, in poche pagine, la tensione che lo guidò durante i mesi della Resistenza.

L’ammonimento del padre al momento di partire per raggiungere la formazione, “se fai cose sporche è meglio che non torni”, contiene la sintesi con cui Aristeo ci ha rappresentato con i suoi racconti appassionati e spesso ironici le scelte sue e dei suoi compagni, la capacità di distinguere, di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, “di non essere come loro”. L’impegno di quei giovani partigiani a non essere travolti dall’odio per i fascisti, per realizzare invece – purtroppo, anche, attraverso l’uso delle armi – un mondo più giusto, più solidale, più libero.

Non so dire quante generazioni di studenti Aristeo abbia incontrato, a quanti ragazzi abbia mostrato il suo Libro di cultura militare su cui gli era toccato studiare nella scuola fascista e che sempre portava con sé. Aveva un suo modo di ingaggiare con gli studenti, anche abbastanza piccoli, discussioni complesse sull’ordine mondiale, la pace e la guerra, la giustizia sociale, l’oppressione dei popoli, il capitale e la società dei consumi, che spesso spaventavano chi lo accompagnava a quegli incontri. Continua a leggere sul Manifesto

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